giovedì 29 dicembre 2011

Natale dentro

Avevamo tutti una famiglia, bella o brutta. Avevamo degli amici. Qualcuno di noi aveva anche un amore.
Una volta superato quel cancello non avevamo più niente, esattamente come tutti gli altri.

Natale era il periodo che ricordo meglio. C’era spesso il sole. A volte sembrava quasi primavera, ma poi l’inverno tornava bruscamente a riempire di gelo le stanze piene di polvere e i vialetti del cortile.
Partivo da casa e facevo apposta una lunga deviazione per poter vedere il mare guidando. Quella deviazione mi permetteva di tornare in quel posto, giorno dopo giorno.

Le montagne erano piene di neve ed io avevo comprato delle stelle di Natale per l’ufficio. Era stata M., la mia capa, a dirmi di comprarle. Avevo parcheggiato nel grande ipermercato non lontano dal manicomio criminale ed ero sceso, mi ero infilato tra la folla che faceva il pieno prima della Vigilia e avevo comprato le stelle di Natale. Al mio arrivo M. le aveva sistemate nella scrivania dell’ufficio dove ricevevamo le famiglie dei ricoverati. Qualche tirocinante appena arrivato li chiamava “carcerati” o “pazienti”. M. chiariva subito che non erano nessuno dei due, e lo faceva a modo suo. Un modo che i tirocinanti non dimenticavano facilmente.
Le stelle di Natale sembravano ancora più rosse, in quell’ufficio dai mobili scuri e vecchi, i tendaggi pesanti, l’odore di muffa e le sbarre alle finestre. M. voleva un tocco di Natale anche in quel posto, qualcosa che ricordasse che il tempo scorreva anche lì dove sembrava bloccato. Le famiglie entravano, parlavano, piangevano. Non le noteranno mai, pensavo.
Poi una di loro, una vecchietta col figlio ritardato rinchiuso lì da 9 mesi senza che nemmeno l’avvocato ci capisse niente, alzò la testa, fisso le stelle e disse “Sono bellissime”. Sorrise, anche.
Fu l’unico sorriso della mattina.

Non so perchè, ma ho sempre amato le decorazioni dei paesini. Le luci dei viali principali non m’interessavano. Volevo le vie di periferia dimenticate da tutti, volevo il paesino che si svuota dopo l’estate. Mi piacevano quelle lucette che brillavano nel vuoto gelido. Non c’era nessuno a guardarle tranne me. Mi davano un senso di patetico, di drammatico, di intimo.
In alcuni dei reparti del manicomio erano stati addobbati degli alberi. Vicino al primo, uno di quello che puzzava più di piscio, avevano anche montato un presepe con pastorelli Magi e tutto. C’erano le lucette colorate, come piacevano a me. Brillavano nel buio fatto di lamenti, botte, violenze, per poi spegnersi e lasciare il posto all’oscurità.

Là dentro non avevamo niente, solo noi stessi. Ci supportavamo. Era come se il mondo fuori non esistesse, e quello dentro sì.
Quando eravamo fuori, però, pensavamo il contrario.
Ci ritrovavamo nella biblioteca senza riscaldamenti. Battevamo i denti e ridevamo per ogni stupidaggine, e mentre lo facevamo sentivamo quanto era importante. E quando non ridevamo, sapevamo che i nostri problemi si erano mischiati a quelli che non erano nostri e quella sarebbe stata una giornata più lunga del solito.
Non avevamo soldi ma dividevamo tutto. Ci offrivamo caffè su caffè da una macchinetta putrida all’ingresso. Dopo gli incontri di gruppo con i ricoverati siedevamo per ore nella panchina esterna a parlare di tutto, rinviando il momento in cui saremmo dovuti tornare nel mondo di fuori.
Prima delle feste niente auguri, niente baci forzati. Ci salutammo normalmente. Queste erano cose da mondo di fuori.
Lì dentro ci bastava un’occhiata.

Eravamo tanti, e tanti ancora ne sarebbero arrivati. Qualcuno sarebbe anche rimasto. I. ci sapeva fare con i parenti, G. si faceva risucchiare dalle storie, si perdeva negli occhi dei ricoverati. G.M. costeggiava i limiti suoi e degli altri con umanità.
M. guardava tutto questo come un film ripetuto, ma non deviava mai l’attenzione. Era lei che ci riportava nel mondo di fuori un attimo prima che ci perdessimo.
Con N. dovevamo fare il nostro primo giro serale tra i vialetti. Era quando tutti i reparti aprivano e si chiacchierava di calcio sotto gli alberi spennati, fingendo che dentro fosse fuori. Noi eravamo curiosi e anche eccitati perchè il giorno prima avevamo assistito all’uscita di V. –e da quelle parti questo è un evento che non accade spesso. Non capita quasi mai, anzi.
Restammo in manicomio finchè il buio penetrò nella biblioteca insieme al freddo di dicembre, e quando fu l’ora ci avviammo verso l’entrata, ma la guardia non ci fece passare. Emergenza, disse. Uno dei ricoverati aveva avuto un infarto. L., uno dei più anziani. Stava lì da quasi vent’anni per un reato che non era nemmeno un reato. Da quasi vent’anni passava il Natale là dentro. Morire a Natale sembrava molto facile, là dentro.

I ricoverati raccontavano alcune storie sul Natale, ma preferivano farlo a tu per tu e non insieme al gruppo. Erano una piccola debolezza che in posti come quello, con le sbarre e le guardie coi manganelli che fanno male, diventavano un lusso. Noi ascoltavamo le loro storie, storie di passati fagocitati da quel terribile presente, storie di momenti felici, storie magari inventate, perchè tutti avevano bisogno di una casa a Natale, anche quelli che non l’avevano mai avuta.
Natale per molti voleva dire poco. Alcuni se ne sbattevano. Altri erano eccitati per la messa, il pranzo, per la visita dei volontari. Una giornata diversa in mezzo ad altre tutte disgustosamente uguali.
Altri pensavano che erano lì dentro. Che non sarebbero stati a casa. Che a casa non sapevano nemmeno quando (o se) ci avrebbero rimesso piede.
Che la sera del 24 era un’altra sera da far passare.

Mi capitò di lavorare anche il 24. Avevo il mio laboratorio di pittura. La direzione e le guardie, nella loro magnanimità, concedevano ad uno dei ricoverati, un vecchio pittore, di poter dipingere per qualche ora alla settimana. Ci davano una stanza sporca e gelata con la porta socchiusa, e un cacatoio sporco. Pennelli e pittura erano a carico del vecchio.
Io dovevo aiutarlo, ma in realtà il vecchio andava come un treno anche senza di me. Era un artista, di quelli veri. Lo fissavo affascinato mentre ascoltavo le sue ciarle e i suoi lamenti e i mille discorsi da finto scorbutico. Quando le medicine facevano effetto, alternava la calma agli scoppi di collera.Quando facevano TROPPO effetto, era intontito fino all’ebetismo.
Aveva i suoi problemi, come tanti. Mi raccontò della sua famiglia, mi disse dei suoi vagabondaggi sulla Rive Gauche ai tempi d’oro, di quando si pagava da bere coi suoi quadri.
In quel periodo provavo a diventare uno scrittore, e vedere uno come il vecchio rinchiuso lì dentro mi faceva pensare a tante cose. Come avrei reagito io, se mi avessero tolto anche quello?
M. dirigeva il laboratorio di pittura prima di me. Aveva fatto in modo che il vecchio passasse dai toni scuri dei primi quadri a quelli più colorati dei recenti. Ancora una volta, M. sapeva il fatto suo. Quei quadri pieni di cielo, turbanti, fiori e ballerine gli miglioravano l’umore enormenente. Aveva quasi cominciato ad affezionarsi a me e M. Ci aveva promesso due quadri tra i più belli –che poi qualcuno rubò da una stanza nella quale solo gli agenti avevano accesso.
Quel giorno non aveva voglia di dipingere, però. Era di pessimo umore. Si fece offrire un caffè, cominciò a inveire contro le guardie, i ricoverati, il mondo intero. Non riuscivo a tranquillizzarlo. Non era successo niente, non aveva avuto liti. Le medicine erano le stesse. Non capivo.
Andò a pisciare nel cacatoio con la porta aperta. Sentii tutta la pisciata. Faceva freddo. Un piccione sbattè contro le sbarre. Il vecchio si richiuse la patta e si avvicinò alle sbarre. Guardava il presepe di sotto. Non disse niente per un pezzo, poi sputò.
Andò al tavolo e gettò i colori per terra.
Per quel giorno avevamo finito.
Lo riportai nella sua cella, lo salutai. Non mi rispose. Passai dal metal detector, ripresi i miei effetti personali, andai verso il cancello. Mi sentivo solo.
Aprii il cancello. Nel mondo di fuori era la Vigilia. Salii in macchina, misi in moto e partii.

domenica 25 dicembre 2011

les II

mercoledì 21 dicembre 2011

Come un'alba

L'alba è di un blu anomalo, un po' elettrico ma neanche tanto, cola sulla parete, entra dalla porta del terrazzo. Quest'alba blu dissipa i miei pensieri, dalle persiane entra improvvisamente un rivolo di luce bianca come fosse l'ambasciatore del giorno nascente. Sotto le coperte medito sul panino con marmellata di fragole che ho divorato in un'anelito di sopravvivenza. Dopo una notte insonne.
Prima odiavo le mie notti bianche. No, non le ho mai odiate. Ma da qualche tempo hanno un sapore, una fragranza diversa. Questa sa di Kerouac, di Beat ma d'accordo, è pure una mia fissazione. Ecco che blu era, blu Kerouac, blu anni '50 sulla strada, blu cielo che risveglia dolcemente su una spiaggia come se a far danzare quell'orchestra fosse un coreografo di Hollywood, accanto a te il fuoco spento della sera prima e sopra la padella con i fagioli in scatola consumati, e il mare e Dio sopra. Chi mi coglie la licenza poetica? Ecco il colore dell'alba, visto dalla mia tana oscura sotto le coperte. E pensare che mi sono addirittura alzato in questa notte folle; e non per pisciare, non solo cazzo! Anche per mangiare e trovarmi di fronte quel blu folle come la notte. Mi guardava insolente provocante come la mia amante, in un certo senso me la ricordava, le cose belle si somigliano tutte o forse è l'armonia che genera il loro passaggio nella nostra anima a essere analoga o forse addirittura c'è un'armonia cosmica, un'essenza comune alla bellezza. Non si spiega altrimenti la nostra predilezione per essa. La bellezza dev'essere felicità, perché l'uomo ricerca con eguale foga soltanto la felicità e la bellezza, saranno la stessa cosa, o forse la bellezza è una sottocategoria. Comunque io posso assaporarla, e gioisco della mia fortuna. In realtà io ne sono soltanto consapevole. Tutti potrebbero, invece ci riescono solo i barboni e qualche insonne che vede il colore dell'alba mentre tenta di rimorchiarlo. Non è così male.
Coricarsi, voler guardare un film ed esserne impediti da un cerchio che circola chiuso in se stesso, scaricarlo e attendere e scoprire nel frattempo che devi cercare più attentamente e che hai paura di macchiare la dignità della tua ragazza se ti lasci fare una pompa o una sana sega spagnola, beh amici esiste ancora chi la pensa così. Ma lo guariremo, certe discussioni aprono gli occhi, la solita storia della consapevolezza.
Se la caverna di Platone fosse stata una figa la filosofia sarebbe morta lì dentro.
E insomma, due ore a parlare di sesso e imparare perché a insegnare il sesso possono essere solo e soltanto le donne. E sono le 3 di notte, nessuna ombra di Morfeo che probabilmente ha trovato un foro segreto della larghezza nominale di 56 mm nella sua lira e ne sta scaltramente approfittando, e inizio quindi a guardare American beauty, gran bel film, è nella lista del Vate Zango quindi tanto male non dev'essere ed effettivamente due cose mi colpiscono, le splendide meravigliose tette di Jane (è incredibile quante tette simili a quelle della mia amata sto incontrando, e quanto ogni paio di tette metta in risalto l'unicità di quei primissimi istanti di vita dell'universo, i seni hanno sempre qualcosa di materno anche quando sono l'inizio di tutto) e poi se vogliamo anche il senso generale del film. Però c'ero già arrivato a tutte quelle cose, non mi hai detto nulla di nuovo Kevin Spacey.
L'uomo è un paradosso. Vive tra condanne e infinito. Percepisce ovunque l'infinito. Prendete la morte. Io non riesco a capire cosa di noi muore. Qualcosa muore, d'accordo, muore l'insieme, la nostra zoè, forse trapassa la psychè, e il bios? Lui continua beato a esistere, solo obbedisce alla regola aurea dell'universo per cui nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma. Non un solo atomo del nostro corpo andrà perduto. Il nostro corpo, la linea della nostra esistenza, parallela coincidente a quella della nostra vita (che tuttavia può essere assente) non subisce alcuna variazione quantitativa, solo strutturale e nemmeno nella sua quantistica, ma semplicemente a livello molecolare. Cibo, energia, altra vita, è assurdo trovare una coincidenza perfetta tra reincarnazione e monoteismo all'occidentale. Eppure è così. Qualunque sia il destino della nostra anima, della nostra zoè-psychè, la vita eterna noi la lasciamo nel corpo, idolo dell'apparenza funebre, colui al quale si consegnano ricordi felici turbandoli per sempre, insieme ai sogni di tanti uomini tristi. Quell'orribile ghigno che sora morte ci posa in volto diventa la nostra ultima, definitiva parola, e i nostri atomi ci provano a urlarci NO NON E' COSI' RIFLETTETE SUL SENSO PROFONDO DELLA MORTE E NON SU QUESTO CADAVERE SCHIFOSO!
Ma noi non ascoltiamo, ciò che vediamo è l'apparenza più illusoria della morte. Quella di un putrido orrendo cadavere ghignante.
Non capiamo che la morte legittima la nostra stessa vita, che senza essa non avrebbe senso. La vita è un'incognita compresa tra l'amore nel suo stato più alto di amor di sè e percezione dell'altro come limite al nostro ego, e la morte limite alla nostra esistenza. Il gioco del quadrilatero. La vita trova ragion d'essere nell'altro, nella persona che sarà capace di rappresentare la carezza-limite all'infinita possibilità di espansione del tuo ego, e allora due esseri che racchiudono l'infinito formeranno un finito perfetto, in loro rifletterà la Sacra Luce e non dovranno far altro che percepirsi per vivere. La morte è il limite della nostra esistenza, i carati del nostro ammasso informe di luce, quello che comunemente definiamo corpo. Provate a far saltare uno solo di questi elementi e vi smarrirete nel vostro stesso infinito. Chissà quante notti ancora ci vorranno prima che io riesca a collocare Dio in questo casino infinito.
La morte è un'opportunità.
Il mondo è dentro di noi.
Ecco perché la verità non può essere fissata, perché essa è divenire e nessuna fotocamera riuscirà a fissare il divenire. Non esiste il frammento, il fotogramma. Tutto è infinitamente divisibile fino al suo cerchio magico, alla sua stringa di luce.
L'universo è il circolo ermeneutico della luce.
Neanche il tempo di finire le mie elucubrazioni che suona la sveglia, e tutto diventa giocoso, mio fratello si sveglia e deve prepararsi per andare a scuola, io mangio una Kinder Delice e pane con marmellata di fragole, prima vedo la sensuale alba blu beat, poi torno a letto e sento il bisogno di scrivere.
A fare da sfondo a tutto questo, il mio limite, chiaro e definito.
A proposito, le ho scritto qualcosa, una poesia o non so bene. Ora la ricopio.

6:04 21/12/2011
A: Elena Berliner

Il silenzio è come un abito di bellezza che tu indossi
sembra di carta trasparente
è così tanta bellezza che dapprima cerco in tutti i modi
in tutte le carezze
di averla,
ma è come voler possedere l'oceano
e allora capisco che non posso possedere l'oceano
che devo nuotarci
galleggiare
lasciarmi trasportare dalle correnti.
La tua bellezza è un oceano,
è nudità
silenzio
che scivola come raggi di luna sul tuo viso,
un lenzuolo innocente,
e il tuo viso è l'anima della bellezza fatta carne per la nuova ed eterna alleanza, per salvare, per
salvarmi.
Tu
bellezza salvifica
che ho il terrore di violare
tu sei l'armonia con la bellezza del cosmo
simbolo e significato,
specchio
ed essenza.
Smetterò di scrivere di te quando Dio o chi per lui strapperà dalla terra e dall'universo intero le radici del mio amore per te
e se questo non basterà a renderti felice
non vorrò altro che donarti Dio stesso
disintegrarmi
e amarti perfettamente
quando la mia imperfezione non basterà più.
Sino ad allora, ego è tutto ciò che ho da offrirti.
Ma risplenderai di luce accecante
divina
d'amore puro
come l'eterna promessa dipinta nel tuo sguardo innocente.

Te lo prometto.

lunedì 5 dicembre 2011

Il rapporto morboso tra il caso e la bestemmia: rewind

Ok. Ci può stare che la macchina sia croce e delizia delle tue giornate, serate, cazzo, roba così. Forse ci può anche stare che sia la tua fedele compagna di assimilazione, quando l'eroina ricciola schiavizza le tue arterie catalizzata dagli Opeth, quando pensi all'ultima cilecca e non sai risponderti, quando invece ti senti un Dio in terra. I nervi mi fanno scrivere come un ragazzino che non ha un cazzo da fare. D'altra parte potrei anche essere tale.
C'è qualcosa di odioso nella congiuntura di legamenti rotti, batterie scariche e mai un euro in tasca.
C'è qualcosa di meraviglioso nel contatto pressoché assoluto dei nostri corpi sempre più sudati e ansimanti.
Un involucro di seta e piacere
ci avvolge
come bachi.
L'auto ingoia l'asfalto, mi allontana, non vedo che il tuo corpo danzante.
Dio mio è tutto ciò che riesco a pensare.
La rotazione, le leggi della fisica e della statistica. Ma chi sarebbe talmente dissennato da rinunciare ai tuoi morbidi baci?
Non c'è nulla da dire. Nulla da dire adesso, in questo stato. Ma qui, in questa fottutissima dimensione degli spigoli di mobile contro il tuo alluce, sei come la luna di stasera, luminosa quasi a volermi rivelare la verità.
E dietro la tua nudità, quell'angolo di pelle oscuro che lascia intuire l'infinito.
Il tuo respiro è vita, anche il mio è vita, ma io non so respirare.
Una volta sapevo scrivere, adesso vedo solo un nastro che fissa fotogrammi, succedersi e succedersi. E' merito di Marco. Il mio oriente, la mia Sheerazad.
Il mio oriente, la mia Sheerazad.
La macchina si accende, e solo grazie al lavoro di una ragazza con un tatuaggio sopra un culo stratosferico, che alla mia cara bodhidarma sembra troppo grosso.
Se lo dice lei..

venerdì 2 dicembre 2011

introspettiva....

cinque giorni a casa,
in vista di un luuuungo ritiro pre-esame a Palermo....
lontana da qualunque impegno....
ascolto liga in ogni sua versione....
penso di averne proprio bisogno....
tipo sto passando dal Liga del 1990 a quello del 2011
non scartando assolutamente niente...
live, in studio, acustico, rock... tutto...

"nemmeno un gesto così, tanto per, così!"
("Ci sei sempre stata" - Arrivederci, Mostro!" - Ligabue)

mi ha sempre colpito sta frase...
niente di non previsto, niente di buttato lì, così.. quasi senza motivo... c'è sempre un motivo anche sconosciuto...

sono gelata... gelida... e non è solo una questione di pelle...
sembra essere cambiato tutto in pochi giorni...
o forse non è cambiato proprio nulla negli utlimi due anni...

ho da studiare una materia orribile, noiosissima,
ho da incontrare qualcuno, forse me stessa...
ho da salutare qualcuno, idem come sopra...
ho forse bisogno di star lontana da me stessa...
ho bisogno di un viaggio mentale...
no, no, non un sogno...
un viaggio mentale... attraversare posti, nel silenzio del mio animo...
ho decisamente bisogno dic omprendere tutto quello che mi gira intorno...
e ho bisogno di capire il "centro di questo vortice"....

...incredibilmente...
...magnificamente...
...inverosimilmente...
...splendidamente...
...straordinariamente...
...illogicamente...
...inconcepibilmente...   io...

"c'è chi corre e chi fa correre, e c'è chi non lo sa!"
(Quando tocca a te - Sopravvissuti e sopravviventi - Ligabue)

tenete botta 

Sogno albe di New York

Sogno albe di New York
dai muri grigi, i cassonetti pieni
grida silenziose che attraversano le
strade deserte
Sogno fogli di poesie portati dal
vento
appiccicati contro i semafori
danzanti sui tombini
Sogno mani di grattacieli
che dilaniano i miei sogni
Sogno di sussurrare cose piccole &
sagge & perfette alle
orecchie del mondo
tra le gambe di
sconosciute
Sogno sassofoni drogati
in mezzo ad un coro di perche’
Sogno di tutto buio
e solo una stanzetta illuminata
lassu’, da sola, lassu’
ed un altro Cristo che crea &
muore
Sogno di poterti consegnare le mie
memorie prima di schiattare
Sogno begonie & aurore boreali
affettatrici & macchine fuori produzione
abbracci secchi & dolci
e Sogno di incontrarmi
per caso
in questa Babele abbandonata
e riconoscermi, per un
attimo,
prima di
continuare
a
sparire.

Marco Zangari © 2011

domenica 20 novembre 2011

Bianco Rosso e Coglione

Il fine settimana inizia a modo suo in un hotel a Five Dock, in una delle tante Little Italy di Sydney. Io e lei seduti al tavolo, come se fosse un matrimonio, anche se il titolo dell’iniziativa parlava di Primavera, aria fresca, cose nuove. Il cibo è italiano, così come lo intendono qui –accanto alle lasagne troviamo il pollo “tandoori” all’indiana, con le cotolette alla milanese c’è l’insalata cinese. E’ un misto ed è giusto, qui nella terra multiculturale. Mi prendo un bicchiere di vino australiano e mi guardo intorno. Le facce hanno tratti comuni, le vecchiette potrebbero essere tutte tue nonne così come la vecchia scassaballe del piano di sotto. Non si sente parlare altro che inglese in giro, ma ogni tanto serpeggia una parola di dialetto, una scoreggia in siciliano, una pernacchia in veneto. La aspiriamo e continuiamo a troncare le parole alla maniera aussie.
Quando abbiamo la panza piena, cominciano i balli. Toto Cutugno, Modugno, la playlist dell’emigrante tira ancora forte da queste parti. Sento anche Nek, non capisco cosa c’azzecchi ma lo balliamo lo stesso –forte però, quel vino lì. Vanno alla grande i successi dance degli anni Settanta-Ottanta. Li ascolti e vedi i tizi sulla pista da ballo –impomatati, col parrucchino, indosso camicie ridicolmente attillate e aperte sul davanti- e ti rendi conto che questa è la musica che si sentiva quando loro sono emigrati, e in qualche modo tutto sembra cristallizzato a quel periodo –l’Italia, l’Australia, la loro giovinezza, i loro figli e nipoti e pronipoti.
Sul soffitto ci sono palloncini bianchi, rossi e verdi, che a tratti sembrano l’unica cosa che ti ricorda che lì si celebra l’Italia –ma un’Italia di polistirolo, un’Italia da cartolina ingiallita, da pallina con dentro la neve finta e sullo sfondo i palazzi, i panorami, i paesini dai nomi ridicoli che qui sembrano capitali mondiali, e tra la neve finta, il polistirolo, la mamma lontana, Italiani Brava Gente, la musica di Al Bano, le scuole di ballo, i movimenti di mani come a dire chissenefrega, la patria lontana, il Dio lontano, il tiramisù che passa tra i tavoli e la voglia di limoncello come frutto esotico e perverso, ci portiamo tutti addosso la croce di un Paese che non è mai esistito, se non nei racconti che ne facciamo, aumentando generosamente dimensioni e colori ogni volta che apriamo bocca. Quando i giovani vincono cantando “Volare”, io e lei capiamo che è ora di andare via, ed in culo tutti i posti di blocco.
In macchina ascolto musica, penso che a nessuno è venuto in mente di cantare “L’anno che verrà”, “Io non mi sento italiano”, “Goodbye Malinconia”, chessò, “La domenica delle salme”. L’immagine che vogliamo preservare è quella di verginella prima della comunione, allegra e genuina. Nessuno parla della sua troiaggine, del fatto che è sfondata, e si capisce perchè. Fare l’emigrante è un duro lavoro, un lavoro del cazzo, che ti prende le 24 ore, e che nessuno capisce. Partivi un secolo fa, partivi 30 anni fa, parti adesso, ed è come se non fossi mai partito. Nessuno sa niente di te, e tu pensi di sapere tutto su loro. Che equivoco, che polistirolo, che notte quasi ubriaca, ma troppo troppo lucida per me.

Ci svegliamo la mattina dopo, un po’ incartati, e quello che vedo quando accendo il computer qui, a latitudini australi, è una folla che festeggia, che stappa bottiglie, che canta ABBIAMO UN SOGNO NEL CUORE, BERLUSCA A SAN VITTORE. Sembra che sia cambiato qualcosa, che il sonno forse sia finito, o magari continua in maniera diversa. Ripenso ai palloncini, bianchi rossi verdi. Vedo la bandiera nelle strade, in mano a quelle che sono stati definiti coglioni, e che nei giorni seguenti saranno ancora chiamati così. Coglioni, per aver aspettato sotto il balcone una Rivoluzione che non è mai arrivata, col dubbio che forse forse, magari sarebbe stato meglio se l’avessero cominciata loro. Coglioni perchè hanno sopportato il sopportabile e un po’ di più, mentre i palloncini volavano in cielo e la neve finta si accumulava fino alle ginocchia. Coglioni perchè si erano macchiati della colpa della precarietà, che è la peggiore in quest’Italia mediocre. Coglioni che festeggiano, che urlano, e la loro gioia mi mette allegria, mi fa pensare che la notte, australe o italiana, da qualche parte forse finirà. Coglioni che cantano e ridono mentre chi li ha chiamati così scappa dalle uscite secondarie come i topi dalle navi che affondano.
Coglioni che cantano, e stasera-stamattina questo sembra importante, sembra tutto, sembra fresco e pulito, sembra parlare di futuro dopo aver guardato solo al passato.
Coglioni che hanno sempre cercato un loro posto, come me, che ho dovuto rincorrerlo dall’altra parte del mondo, che sono dovuto andare via mentre quelle facce sempre-le-stesse ingrassavano anche su di me, che si facevano più vecchie e oscene e ora qualcosa le ha mandate via, forse non per sempre, forse nemmeno a lungo, ma stanotte-stamane è solo nostra, e ce la godiamo finchè dura.

Mi vesto, mi preparo e con lei andiamo a nord, verso l’equatore, in questa linea calda di una domenica calda di novembre. Gli ubriachi festeggiano ancora a Roma mentre faccio il check-in all’albergo e sono pronto a lanciarmi nel “Festival dell’Ostrica” che c’è di sotto. C’è anche un Wine Tasting, così prendo il mio bravo bicchiere e giro tra gli stand, e presto sono ubriaco come tutti gli altri in canotta e ciabatte, a festeggiare con loro che non sanno.
Nessuno qui sa quello che è successo in Italia. Nessuno sa dei coglioni in piazza e del furbo che è scappato –e coglioni e furbi stasera si scambiano i posti. L’atmosfera è festosa, oltre che brilla. C’è musica dal vivo, risate, c’è calore, si sta bene. Una bambina dice al telefonino –i miei sono tutti e due sbronzi da qualche parte. Comincia la gara di chi mangia più ostriche in meno tempo. Offerta speciale per il vino frizzante. Hotdog tedeschi originali. C’è un posto italiano, fanno la pizza, ma la gestiscono degli asiatici. C’è una compagnia che sponsorizza crociere. Ecco, mi dico. Butto giù il bicchiere e vado. Mi propongo come cantante nelle loro navi. Magari posso raccontare anche barzellette. Non ho con me curriculum o niente, ma solo sorriso e faccia tosta. Basta questo.
Sì, vado. Da qualche parte bisogna pur (ri)cominciare.
Scappato un Coglione, ne serve subito un altro. Così funziona.
Ci vediamo quando scendo in campo.

lunedì 14 novembre 2011

Parla con me

Parla con me – 24-09-2008

La ragazza col bicchiere d'acqua...
Si?..
Se sta un pò di lato è forse perchè sta pensando a qualcuno..
Mh..a qualcuno del quadro..
No.. piuttosto a un ragazzo incontrato altrove..ma...lei ha l'impressione di essere un pò simile a lui..
In altri termini lei preferisce immaginare un rapporto con qualcuno che non c'è piuttosto che creare un legame con quelli che sono li con lei..
Magari è il contrario...si fa in quattro per risolvere i pasticci della vita degli altri.
Si, MA LEI? dei pasticci della sua vita chi e che se ne occupa?
Si ma... è meglio consacrarsi agli altri che a un nano da giardino..


Sette anni fa circa, in un giorno di ottobre mi pare di ricordare, la nuova professoressa di italiano ci portò i compiti che avevamo fatto la settimana prima, corretti. Era tutta un'emozione perché era nuova e aveva una delle peggiori reputazioni della scuola: severa, rispettabile, tostissima. La tensione era palpabile, arrivava al limite del terrore per alcuni, quelli che di scrivere non ne volevano sentir parlare; gli altri, quelli che un po’ se la cavavano, stavano in quella condizione psicologica nota come “ansia da prestazione”. Ci dicevamo: "Sta tizia ha letto i nostri scritti passati, ha letto le nostre pagelle, un'idea se la sarà fatta e avrà agito di conseguenza". O almeno è quello che si sperava.
Le mie mani sudavano mentre il compito, partito dall'ultima fila, di mani in mani, sudate quanto le mie, arrivava finalmente, un po’ più umido di quando era partito, sul mio orgoglioso primo banco.
Mai stata secchiona io. Per questo mi ero imposta di mettermi al primo banco. Per autolimitarmi. Per autodisciplinarmi. Perché la mia attenzione sarebbe dovuta essere costante dalle 8,10 alle 13,30 (intervallo escluso).
Il mio compito dunque arrivò, piegato a metà. Non c'era scritto nulla, dovevo solo girarlo e, accanto al mio nome e cognome, avrei trovato il voto scritto con la penna rossa.
Le facce attorno a me iniziavano a scurirsi, come se un'onda gelida da quell'ultimo banco ci avesse investiti tutti, fino al primo banco.
Respiro profondo. Aspetta aspetta. Non posso guardare. Altro respiro profondo...

...

...

3.

...

Tre?

Che significa tre? Sai quando ti cade in testa un punto interrogativo che sa più di un'incudine da 100 tonnellate alla Willie Coyote? Ehi scusa tu...professoressa dei miei coglioni! Tu non sai chi sono io! Io avevo 9 in italiano sai?

...

Poi rifletto... avevamo fatto andare via la vecchia prof. di Lettere perché secondo noi era ignorante. Mh...rifletto ancora... Ma se lei era ignorante...i nostri giudizi saranno stati mica falsati dalla sua ignoranza...Nooooo!

Allora mi alzo di scatto diretta alla cattedra, supero gli zaini a terra, mi divincolo dalla mano che cerca di afferrarmi la spalla (era la mia amica paura), arrivo davanti a lei e...

Sorrido.

Cara, amatissima professoressa, per quale cazzo d motivo (no, questo non l’ho detto) mi ha messo 3 al compito di italiano, avendo inoltre avuto il coraggio di rovinare l'arte grafica del mio tema su TUTTE le facciate e TUTTE le righe con la sua preziosissima penna rossa? Eh?! Mi dia una motivazione plausibile, oltre ogni RAGIONEVOLE DUBBIO.

Noemi, mi dice. Mi chiama per nome lei.

"Noemi, tu non hai il minimo senso della sintassi, non c'è mai un soggetto definito nelle tue frasi, è illogico, completamente evanescente, capirei questo scritto solo se ti leggessi nella mente.
In altre parole, tu SCRIVI COME PENSI"
.

Un groviglio senza né capo né coda, io che mi faccio 10 miliardi di pensieri al nanosecondo, scrivo di immagini senza volto, di luoghi senza colore, di emozioni senza cuore, di pensieri senza logica.

Ho continuato a scrivere così per parecchio tempo, nonostante fossi diventata col tempo e l'esercizio abile maestra nell'analisi del testo, tanto che all'esame di stato mi ero avventurata in una solitaria strada alberata che portava a un cantico del paradiso di Sua Santità Dante Alighieri. Nonostante la stessa amatissima prof, avesse sconsigliato a tutti di avventurarsi per quella strada, specie senza suggerimenti, libri, dizionari o supporti orali.

Uno scontro con la lingua italiana in persona.

Quindicisuquindici.

Probabilmente scrivo così ancora adesso. Ma il blog mi da la possibilità di fare meglio.

Questo post è dedicato ai miei compagni di viaggio.

Qual è la REALE ragione che ci spinge a scrivere su un blog? A scrivere delle nostre vite, dei nostri pensieri sul mondo, su una monetina, su una pietra che saltella sull'acqua, sul suicidio cellulare, su una vecchietta che si sente male in chiesa, sui nostri genitori, sui viaggi, gli anfibi, le matite, le serate alcoliche.

Qual è lo stimolo che ci spinge a condividere?

Cos'è la condivisione? Cosa l'ermetismo?

Abbiamo bisogno di farlo uscire, di palesarlo ai nostri occhi per palesarlo alla nostra coscienza, come quando diciamo qualcosa a qualcuno per ammetterla a noi stessi.
Abbiamo bisogno di leggere il commento sotto, per ampliare il concetto, per trovarne nuove chiavi di lettura, per trovare lo scontro, l'opinione opposta e integrarla nel pensiero finale, per tirare le somme.
Per trovare approvazione.
Per trovare calore.
Per trovare un sorriso che ci immaginiamo fatto ad un monitor, un battito di cuore accelerato non udibile se non al nostro petto.
Per superare le nostre privatissime solitudini.
Per tentare l'esperimento della comunicazione con il filtro del monitor quando quella nel mondo reale è stata fallimentare o non del tutto completa. E non perché siamo dei disadattati. Forse qualcuno si. Magari perché ci siamo sempre crogiolati nella nostra solitudine mentale, nel nostro sentirci diversi. E per chi non è riuscito a porre rimedio a questa condizione, costruendo dei rapporti di vera comunicazione nella vita privata, il dialogo, col tempo, è diventato monologo.

E il cuore diventa secco e fragile, direbbe l'uomo di vetro.

Abbiamo bisogno di scriverlo per rileggerlo, emozionarci dell'emozione, del ricordo, imprimerlo su carta o lanciarlo spedito nell'etere, come a conservare quell'attimo preciso, quell'emozione precisa, quella lacrima precisa, quella risata precisa. Quella, non un'altra presa a caso nell'infinità dei nostri ricordi.

Perché poi è tutto un incedere, una cavalcata di minuti che passano, e mentre sei nell'autobus e hai il lampo di una considerazione inizi a sorridere, inizi a pensarla come già scritta, inizi a pensare come scrivi.

E quella carissima e amatissima prof. dalla penna rossa la vado a trovare tutti gli anni a settembre e a maggio, tutti gli anni, nella mia vecchia scuola. Ci raccontiamo i progressi, conosce la mia vita. E l'altro giorno mi ha detto che quello che ho fatto e che sono diventata è straordinario e che farò cose grandi nella vita. Quasi piangevo.

P.S. Questo post l'ho scritto come l'ho pensato. Mi sono presa questa libertà. Non me ne vogliate.


Nuovo P.S. Questo post è datato 2008, è una edizione re-mastered. E io? Io sono Morgana. E sono rimasta dieci minuti col mouse sul pulsante "Pubblica post" prima di pubblicarlo davvero.

sabato 12 novembre 2011

Cose che non dimentico

Sapevo che un giorno avrei scritto di questo. E sapevo anche che ci sarebbe voluto del tempo.
Ora di tempo ne è passato –quasi due anni- ma sembra ieri. Chissà perchè, le gioie sembrano sempre lontane nel tempo, mentre i dolori non ci lasciano mai. Hanno fiato e gambe forti, i dolori. Per quanto tu acceleri per non pensarci, loro riescono sempre a beccarti. E quando succede, è meglio che tu abbia un buon airbag.
Non so perchè ne scrivo proprio adesso. Non è successo niente di particolare. So solo che ho ripensato a quel posto, e ho capito che era arrivato il momento.
Arriva sempre, quel momento lì.
So che è un post di quelli tosti. Se siete delle animelle delicate, saltatelo e tornate sul vostro Facebook. Amici come prima.
Per tutti gli altri, ecco a cosa pensavo.

Il corridoio non era molto lungo, ma a me sembrava infinito. Quando eri ad un capo, ti sembrava di non riuscire a vedere l’altra estremità. L’unica cosa che ti restava da fare era cominciare a passeggiare piano, molto piano, per scoprire se finiva da qualche parte oppure no. Una volta scoperto che da qualche parte finiva, facevi dietrofront e ricominciavi daccapo.
Ogni volta sembrava infinito, e ogni volta trovavi un muro in fondo.
C’erano delle stelle di Natale nei vasi, anche se era marzo. Le stelle erano tutte rattrappite, scure, marcite sotto i nostri occhi. Nessuno le cambiava. Io ci trovavo un senso, come lo trovavo all’orologio fermo appeso al muro. Il tempo, da quelle parti, era un concetto molto diverso da quello a cui siamo abituati ogni giorno. Sarà perchè in quel corridoio la gente ci veniva a morire.
Ricordo ogni singola piastrella di quel posto. Camminavo e le contavo mentalmente. Alcune avevano delle macchie, strane opacità, o erano semplicemente sporche. A volte decidevo incosciamente di camminare in diagonale, altre saltavo le piastrelle pari o quelle dispari. Facevo un sacco di cose incosciamente, in quelle ore passate in corridoio.
Anche se i riscaldamenti erano sempre a palla e l’atmosfera ovattata e sonnacchiosa, noi sentivamo sempre freddo. Non ci toglievamo nemmeno il giubbotto. Camminavamo con le mani in tasca, rabbrividendo, con delle gocce che si affacciavano sul viso e qualcuno le scambiava per sudore.
Però no, di piangere non ci riusciva. Quando arrivi in quel corridoio, sembra che le lacrime le hai esaurite da un pezzo. Non è che non ti viene, anzi. E’ come se tutta la tua anima sia sconvolta da singhiozzi incapaci di qualunque consolazione. Tu però, fuori, imperturbabile. Vorresti piangere, lo vorresti con forza, per toglierti questo magone che sa di frasi mai dette, di maledetti stupendi ricordi, che sa di cose che non torneranno mai più, che parla di fine. Ma non ce la fai. Ti sforzi, ma non ci riesci. Sei impassibile. Le emozioni sono in black-out. Sei entrato in stress da allarme rosso e le difese sono andate affanculo. Fuscello portato dal vento, ti verrebbe più facile ridere istericamente per delle ore.
Ci sono due fratelli in quel corridoio. La madre è dentro la stanza, così come c’è stata negli ultimi 8 mesi, e da 8 mesi loro fanno avanti e indietro, per essere lì ogni sera –a far che? Ad aspettare? Ad essere presenti? Eppure non hanno mancato una serata, eppure lo sai che non potrebbero mai mancarne una... Eppure vorrebbero solo piangere e sciogliere questa montagna che si portano dietro, ma proprio non ce la fanno. Bisbigliano al telefonino, fuori dalla stanza. Hanno occhi che non conoscono più sonno, gli occhi di chi non ha più nessuna speranza e aspetta solo che arrivi quel momento. E loro lo aspettano così tanto che è solo una pena enorme vederli lì, mentre la madre si caga addosso e il suo corpo finge di lottare col cancro ma sta cedendo una vena alla volta e tutto quello che si può fare è vedere questo sfacelo e sorridere e dire come ti senti oggi e poi parlare di altre cose futili che poi potrebbero essere le ultime e quindi le devi dire futili e importanti, e sdrammatizzare e consolare e addirittura sollevare l’umore. Pensate di farlo per 8 mesi, tutte le notti. Pensate di andare in un posto con gli orologi fermi e il gelo anche a luglio. In un posto che è un parcheggio di corpi al capolinea, in attesa che si liberi un posto al cimitero. Le compagnie di pompe funebri vengono e lasciano bigliettini da visita sui divani. Hanno “appaltato” alcuni infermieri, che li chiamano non appena il paziente se ne va al Creatore. E’ un ottimo business, dicono. Girano tanti soldi. Sono quei momenti in cui pensi che non è poi una brutta cosa, lasciarsi dietro questo mondo qua.
E i fratelli sperano solo che la madre al Creatore ci vada presto, e così spera anche lei, e tutti si sentono colpevoli per pensare qualcosa del genere mentre il dolore spoglia le logiche e ci dice quello che l’uomo antico sapeva meglio di noi –quando è ora è ora, ed è crudele aspettare. Ma intanto aspettiamo tutti, sorpresi da una vita che prometteva di non finire mai, stupiti per qualcosa che capita sempre agli altri e mai a noi. Quando arrivo alla fine del corridoio guardo fuori dalla finestra e vedo le macchine giù, incolonnate all’entrata della superstrada. E’ un panorama di fabbriche vuote e casermoni, triste come un De Chirico ubriaco. Da lì sembrano tutti formiche, sembrano cose da niente, sembra che l’Universo intero sia solo una grossa presa in giro. Poi penso a loro nelle loro macchine, che magari vanno al cinema, che tornano a casa dal lavoro, che vanno a mangiare fuori. Non sanno niente di questo corridoio, della gente che qui dentro dice addio al mondo in un atroce ultimo scherzo. Li invidio, li odio. Non m’importa che un giorno ci passeranno anche loro. So che io sono qui, al freddo di questo caldo posto, e loro no. Mi sembra un’ingiustizia.
E’ un’ingiustizia.
Intanto passeggio piano nel corridoio, faccio avanti e indietro, così come ho fatto in un corridoio simile qualche anno prima. Era un corridoio buio, molto diverso. Lì qualche speranza c’era, e i medici non si preoccupavano nemmeno di dissimulare la loro totale incredulità in questa speranza. Quando ci davano gli aggiornamenti mangiucchiavano una gomma e si stiracchiavano pensando a cosa prendere per cena. Era lavoro per loro, non c’è niente di male. Abituati alla morte. Forse non erano abituati all’educazione e alla sensibilità e al non essere delle teste di cazzo, ma questo è un altro discorso.
Io alla morte ci pensavo spesso, mentre camminavo per chilometri in quei corridoi e le infermiere mi rimproveravano perchè ero distratto e facevo perdere loro tempo con le mie domande. Ci pensavo, e sono sicuro di non aver pensato mai così tanto alla vita come in quei momenti. Magari sembrerà fuori luogo, ma io lì pensavo a tutto fuorchè a morire. Pensavo alla vita, quella succosa, quella che uno dovrebbe chiedere col pugno sul tavolo. Pensavo che meritavo di essere felice, come tutti. Pensavo che meritavo di ridere in maniera spensierata, come non mi capitava da tempo.
In quei momenti pensavo ai colori, ai sapori, alle giornate di sole in campagna. In un posto dove la gente dormiva attaccata ai tubi e spesso non si svegliava, io pensavo a fare l’amore fino a svenire –sì cazzo, fare sesso con donne bionde e donne brune, godere e farle godere, ridere con loro. In un posto che era un’ultima fermata, io pensavo ai viaggi che mi sarebbe piaciuto fare, pensavo alle cose che avevo lasciato in sospeso, pensavo a come tutti i problemi sembravano delle cagatine di mosca, a come mi ero perso anni e anni dietro a cose assolutamente prive di senso mentre la vita mi passava sotto il balcone, pensavo a bevute con amici e grandi mangiate, pensavo al fatto che avevo ancora da scrivere e da far vedere, pensavo a baci e morsi, pensavo alle canzoni ubriache con la macchina che corre e il vento notturno in faccia, pensavo a quelle giornate di autunno che senti tutti gli odori del mare e degli alberi e ti sembra che sia troppo, pensavo alle serate e nottate folli passate a parlare ballare scopare scherzare, pensavo alla felicità ah la felicità, che cazzo era non lo sapevo mica ma ci pensavo, e pensavo, te lo prometto, tu che sei là dentro, ti prometto che uscito di qua sarò felice. Questa è la mia promessa per te. Niente cimiteri o ricorrenze. Ti porterò con me, e ti farò fare qualche risata lungo il cammino.
Ecco, pensavo qualcosa del genere, mentre camminavo in quel corridoio senza uscita. Più la morte si faceva sentire e vedere, più mostrava la sua faccia puzzolente, e più io pensavo al suo opposto. Forse lo facevo per predisposizione ad andare in direzione ostinata e contraria, o perchè quei momenti mi rendevano la vita come qualcosa che potevo vedere, toccare, e di cui avrei dovuto godere. Ci sarei finito anch’io lì dentro, come tutti voi che leggete (e che vi toccate le palle proprio adesso). Sarei finito in un letto per 8 mesi con tutti che sperano che io crepi il prima possibile.
E prima di questo ci saranno anche le migliaia di morti quotidiane, quelle rinunce che sembrano da niente, quei poi si vedrà, quei mi piacerebbe ma adesso non posso magari dopo. Ci saranno quei momenti dove la morte, vera o figurata, definitiva o solo temporanea, sarà dappertutto. A quel punto potremo decidere se morire ancora un po’ oppure ricominciare a vivere per come sappiamo e per come vogliamo.
Potremo vedere gli ostacoli di ogni giorno come piccole trappole o come ostacoli insormontabili. Potremo farci deviare l’esistenza, o potremo cercare di deciderla noi.
Io ho deciso di viverla, e per vivere ho ripreso uno dei ricordi più dolorosi che abbia mai avuto e ho deciso di mettervelo qui perchè la morte è privata ma la vita va condivisa, e io voglio condividerla con voi.
Una delle cose che pensavo in quelle passeggiate infinite era, voglio andare in Australia un giorno.
Magari da lassù saranno meno incazzati con me, dopotutto. La lista, però, è ancora lunga.
Non si finisce mai di morire, e non si finisce mai di vivere.

Una delle cose che mi ha insegnato quella persona in quella stanza di quel corridoio, era proprio questo: tutto quanto finirà –anzi, sta per finire- quindi perchè prendersela tanto? Perchè sprecare tempo ad essere infelici, a rimandare, a morire un pezzo alla volta?
Lei rideva, ed era tutto quel che le serviva. Rideva anche lì dentro. Io ridevo meno, in quei momenti, e quando tornavo a casa sentivo questa canzone.
Ma queste sono cose che non dimentico.
Buona risata, ovunque tu sia.
E buona vita a voi.
Mi raccomando.



domenica 6 novembre 2011

Trinita'

abbiamo bisogno
di un dio con le palle
uno che ti guardi in faccia
mentre ti maledice
che non parli con voce
da tv alle undici di sera
con tutti che dormono
e il rubinetto che
perde

ne abbiamo fin qui
di madonne di gesso
piene di niente
-vogliamo l’amore così com’è
senza dovergli dare un
nome
senza cercargli un sapore
senza trovargli scuse
o un motivo per
averci a che
fare

sarebbe bello se cristo
si sdraiasse con noi su panchine rabbiose
prima dell’alba
con l’alito che sa di ruggine, tentativi e
birra
-anche lui con noi
a misurare in rutti la distanza
tra noi e le stelle
a riempirla di risate sceme, dolore allo
specchio
e scopate di fretta
sui cappotti di altri
-anche lui a farsi bastare
orizzonti dipinti su muri
mentre padri ridono piangendo
e le auto hanno perfino smesso
di correre
sull’abisso

e tutti e tre non capiscono
che basterebbe solo un
abbraccio
senza averlo prima chiesto
-un abbraccio dove far morire
i nostri sospiri da bombaroli tristi
da rivoluzionari falliti
le nostre lacrime come
barzellette riuscite
male

in nome di
noi
solo di noi
che non siamo nulla
e resteremo
per
sempre.


Marco Zangari © 2011

venerdì 4 novembre 2011

una Moleskine come anello di congiunzione

L'anno scorso più o meno in questo periodo ho comprato la mia nuova Moleskine.... beh mi son detta
"Ho riempito fino ad adesso quaderni e quadernini e blog e blogghettini mò devo fare la figa, e cosa c'è di più figo e serio di una Moleskine???"
nulla... ovvio...
ecco
sono scritte appena una quindicina di pagine...
appena avuta tra le mani l'ho adorata.... guardata... scrutata.... amata...
non volevo imbrattare con le mie cazzate le sue pagine stupende....
stamattina, sistemando i cassetti e cercando qualcosa che dovevo portare nella nuova stanza a Palermo (e che non ho ovviamente trovato, e che sopprattutto non ricordo), bene scaraventando per terra miliardi di cose inutili l'ho ritrovata, lì nella sua magnificenza... l'ho ripresa.... l'ho riletta (oddio che visione sentimentale)... e mi son detta...
"Mamma quanto ero controllata mentre scrivevo qui!"
quindi stop... ho deciso di usare, sciupare, struprare quell'agendina... scrivendoci sopra la qualunque....la lista della spesa e i pensieri più intimi, i disegni da sclero e gli appuntamenti... le genialate e le sensazioni... tutto...
un po' la mia vita lì dentro( che in realtà è sempre stata la mia idea....)

bene tutto questo è una semplice premessa ad un discorso ben più importante...

e solo alla fine scoprirò se più o meno delirante di quello appena fatto

c'è un tizio che mi riconosce per ciò che scrivo,

lo stesso mi conosce per come scrivo
ci sono un bel po' di tizi che sanno di me solo quello che scrivo e come lo scrivo.
e poi a parte questi setto-otto tizi, ci sono tantissimi tizi che nella realtà mi conoscono, forse pure benissimo, ma non immaginano nemmeno che io abbia un blog, che tenga una moleskine o che scriva in genere, che siano cazzate o cose estremamente interessanti(ah beh sono molto di più le cazzate)...
forse solo perchè ho sempre voluto lasciare da una parte il mondo reale e da un'altra quello virtule... non farli mai comunicare (a parte casi molto rari)...
forse perchè ho sempre preferito che il mondo virtuale rispecchiasse molto più di quello reale ciò che penso... forse semplicemente perchè sono di quelle ragazze che si sono pienamente ambientate nella generazione dei blog e delle meta-conoscenze....
intanto mi sono ritrovata ad un certo punto con delle persone importantissime nel mondo reale e una altrettanto importante nel mondo virtuale...
il mio più grande dilemma è...
perchè voglio profondamente che chi è nel virtuale passi al reale e assolutamente non l contrario???
cioè ho lottato tantissimo in passato perchè chi mi conoscesse non sapesse niente dei miei numerosi blog(e lo stesso non posso certo dirlo per la situazione inversa).... ma perchè??? in realtà è sempre stato qualcosa di naturale e inconscio...
adesso provo in qualche modo a rendere più visibile al mondo reale quello virtuale....forse perchè essenzialmente il mio mondo virtuale e il modo in cui io vedo il mondo reale... e mi sembra essenzialmente giusto che chi sta nel mio mondo reale sappia di esserci, pure se inconsapevolmente, in quello virtuale...
per questo a volte posto questo blog su facebook...

tenete botta 

lunedì 24 ottobre 2011

Genitori e bimbi 2.0

Probabilmente fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo, ma è anche vero che spesso la gente ci mette del suo. Giorni fa sono incappato in un sito web che un padre "più che tecnologicamente avanzato" ha creato per suo figlio. Ovviamente il sito è pieno zeppo di foto del pargolo, in ogni faccenda affaccendato.

Bè io mi sono un filo preoccupato.
Ma non dico di limitarsi agli album di foto che finiscono relegati in salotto o peggio in qualche scaffale sotto dita di polvere. Lo so, cavolo, ormai siamo nell'era del social, dello sharing, dei geek, dei nuovi evangelisti.

Leggi tutto l'articolo...

martedì 11 ottobre 2011

Media rossa

domenica 9 ottobre 2011

M'illumino d'autunno

Stare in mutande per casa non è più come prima.

È diversa la luce e sopratutto è diversa la temperatura. È diversa l'aria, per Dio, che finalmente si sente. Questa è l'aria che voglio sulla mia pelle, questa è l'aria che voglio nel petto.

 È curioso che proprio all'arrivo del primo vero giorno d'autunno mi sia ritrovato a guardare un film dove uno spirito della foresta fa fiorire il terreno ovunque egli passi. È un po' fuori stagione, ma la sua vista sul mio stato d'animo ha un potere maggiore di quello del calendario.

DENTRO - Shampoo, bagnoschiuma e acqua calda. La voglia di mettere a fuoco la vita cercando la lente tra le verità. La voglia di scaldarsi, di correre, di stancarsi e di ripartire. La voglia di essere pulito, soprattutto. Di fare tutto questo come avessi una nuova pelle avessi una nuova pelle con cui toccarlo e sentirlo, come un serpente che ha fatto la muta.

FUORI - La tramontana che spazza le nubi, spoglia gli alberi e porta ispirazioni di cambiamento. Forse ha persino il potere di liberare la mente, o forse è solo una magia di cui ero nostalgico, che ritorna dopo essere stata lontana per tanto, incantandomi a fissare la strada dalla finestra, schiarendo i miei pensieri nel vuoto.

Esco dalla doccia sapendo che il caldo che ho intorno durerà appena il tempo di arrivare in camera e mettermi addosso qualcosa. Nel frattempo il richiamo del profumo dei funghi e della pancetta in padella mi inebria e mi convince in un attimo che un appetito da coccolare è di gran lunga più godurioso di una qualsiasi fame placata.

Voglio il potere di stringere il sole e quello di parlare con gli animali. Voglio che che tutti abbandonino per un giorno la macchina e vadano in bici, cercando di trovare equilibrio.
Ho una voglia matta di baciare, di scrivere, di parlarne o almeno parlare. Di correre senza una meta, di scavalcare cancelli, di abbracciare la luce. Ricordi e speranze, vita e morte, pioggia e sereno.

Gli occhi di quella ragazza appena dopo il tramonto...
Per anni ho cercato il calore dentro di me fino a trovarlo. Ma ieri, con la prima tramontana, senza di lei sarei morto di freddo.




Considerazioni fatte guidando nel parcheggio di un centro commerciale una domenica pomeriggio col sole che quasi se n’è andato

che poi l’unica vita interessante
l’unica accettabile
è quella con la guerra
subito fuori casa
e qualche volta anche dentro

il rumore di granate e mortai
mentre fai la doccia
il lampo delle esplosioni che
illumina il tavolo
durante la colazione
la terra che trema, i boati
tu che provi ad addormentarti
per sognare la pace
e scambiarla ancora per
felicità

e pace
è pensare a cosa mangiare
tra due cene
è trovare il tempo
per tagliarti le unghie
è lunghe passeggiate
senza missili o bombe
è gioire solo
quando trovi parcheggio
-di una gioia piccola
contenuta
stanca
quasi
da
armistizio.

Marco Zangari © 2011

giovedì 6 ottobre 2011

A noi ce rode sempre un po’ er culo, ma finisce sempre che ce ne famo ‘na ragione.

IL 769 non ha tardato. Ci salgo con un attenzione e un po’ di spensieratezza. Questa volta sì, dopo tempo immemorabile in cui salirci significava aver atteso decine di minuti. Significava essere in ritardo. Significava essere incazzata, perché in fondo non ci si abitua mai ai disguidi giornalieri.

Ora che lo prendo mi sembra che ogni singola strada sia lì, per dare un ordine al caos dei romani. Le strade sono i soli punti fissi dei vortici quotidiani. Sopravviverci significa anche sapervi districare.

I romani sembrano sempre incazzati. In realtà sono solo arresi. Al traffico. Alla confusione di giovani che schiamazzano sugli autobus e agli stronzi che superano chi sta in fila davanti a loro. Alla gente distratta che si ferma in mezzo alla strada. Alle macchine che non si fermano davanti alle strisce pedonali. Sono arresi alle regole a cui non si attiene nessuno. Alle stronzate legalizzate. Ai cambi di programma imprevisti, che le circostanze li portano ad accettare. Alle imprecazioni di chi è incazzato come e più di loro. Al postino che suona solo per portar loro le multe salatissime del Comune di Roma. Al tizio che vuole vendergli il folletto, ancora in giacca e cravatta, per darsi un tono, quando appare più mediocre di qualsiasi precario sottopagato.

L’autobus si ferma ad ogni fermata, dove sale sempre qualcuno, ma spesso non scende nessuno. Si riempie lentamente, sovraccaricandosi, tra l’altro, di umori, impazienze e odori.

I romani rivolgono gli occhi al cielo quando stanno male. Spesso trovano la luce. Il cielo sereno, aperto, azzurro. Spesso scorgono l’orizzonte, perché Roma è anche piena di parchi e strade immense che si fanno spazio tra quei grovigli di quartieri popolari. Spesso si dissetano, fermandosi in una dei numerosissimi nasoni, da cui sgorga sempre acqua fresca e buona. Più buona di qualsiasi acqua minerale buona. Si rinfrescano il viso e sospirano. A volte poi si guardano attorno con occhi diversi, come capita di fare a me, che qui ci vengo solo di passaggio ultimamente. C’è tanta vita intorno a loro, anzi è pieno di vita. C’è sempre un rumore di sottofondo. Un passante che fuma. Un passante che ti rivolge la parola. Che sorride o grida al telefono.

Scendo dall’autobus alla fermata della metro S.Paolo. Attendo un’amica davanti all’edicola. Il giornalaio canta. Col tono di chi è arreso ma, in fondo in fondo, gli va bene pure così. E mi guarda come a dire "tanto che dobbiamo fa?".

A noi ce rode sempre un po’ er culo, ma finisce sempre che ce ne famo ‘na ragione.

martedì 4 ottobre 2011

Poco più di un minuto per essere umani

PREMESSA: Oggi ho sottratto in modo calcolato quindici minuti al mio lavoro. Avevo iniziato a scrivere questo post sul tempo e, ironia della sorte, un'emergenza mi ha costretto a interrompere e a continuare una volta tornato a casa.
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Non so se vi ho mai detto che ho un blog di calcio. Risultati, anteprime, qualche commento...la solita roba, niente di che. È un modo di condividere una passione, e di restare in contatto con alcuni amici che mi fanno il favore di collaborare.
Quando il progetto è partito, ho messo un annuncio su un paio di siti per vedere se c'era qualcuno che poteva essere interessato a scrivere di tanto in tanto un articolo. Naturalmente ho specificato, scrivendolo a caratteri cubitali, che si trattava di una collaborazione non retribuita. Ho aggiunto che era un modo di "giocare a fare il giornalista sportivo".

Ecco però cosa succede. Arrivano delle email di persone ultra formate che chiedono un lavoro, convinte si tratti di una vera e propria occupazione retribuita. Persone che forse vanno veloci e non leggono tutto, persone che nel dubbio (ma quale dubbio?) ci provano. La verità è che non ci sono i soldi, non c'è lavoro, non c'è nemmeno speranza. Non c'è tempo per niente. Ho scosso la testa leggendo curriculum di persone in gamba che volevano che io dessi loro uno stipendio.
Chiaro che io, che già perdo tempo (non immaginate quanto) con questo blog amatoriale di calcio, non avevo tempo per rispondere a nessuno. Contavo di mettere da parte 3-4 curriculum buoni, di gente che aveva inteso non fosse un'attività remunerata, e poi selezionare uno tra questi. Le altre email nel cestino, al costo di pochissimi click.

Però c'è stata una ragazza a cui ho risposto. Il suo curriculum era il migliore di tutti, e aveva esperienze nella redazione di articoli per portali di moda e turismo. Sapeva quello che valeva, e aveva anche aperto una Partita Iva per essere una vera freelance. Laureata 110 e lode in Giurisprudenza, conoscenza lingua italiana, inglese e francese: non dico altro. Chiaro che fosse la candidata più sprecata del mondo, per scrivere sul mio squattrinato blog.
E allora le ho scritto. Le ho scritto che evidentemente le era sfuggita la parte più importante dell'annuncio, le ho scritto che era così ben formata e determinata, che doveva mirare decisamente più in alto. Le ho scritto che proprio in virtù delle sue qualità le auguravo il massimo del successo nella vita.

Scrivi messaggio -> Invia messaggio -> Messaggio inviato.  Mi ci è voluto poco più di un minuto.


Poi ho dimenticato tutto. Ho trovato la risorsa che cercavo e ho smesso di guardare l'email usata per l'annuncio (oltretutto erano passate 3 settimane). Ieri mattina, mentre controllavo la posta, l'oscuro potere del completamento automatico mi ha portato nell'altro indirizzo.
Insieme a un paio di annunci, c'era quella ragazza che mi rispondeva.


Ciao Edoardo, piacere di conoscerti. Mi permetto di darti del tu e ti ringrazio per la mail e per il tempo che mi hai dedicato.
Auguro a te e ai tuoi collaboratori il meglio,

Elisa




domenica 2 ottobre 2011

Coincidenze

Colui che non lascia niente al caso raramente farà cose in modo sbagliato, ma farà molte poche cose. (George Savile)

La mattina presto, al gabbiotto della stazione, c’è sempre un tizio di colore con una pettinatura afro spessa una decina di centimetri. Gli dò i soldi, lui mi dà il biglietto e mi dice: “Buona giornata, boss”. Lo fa tutte le mattine, e io ancora sorrido. E sono poche le cose che mi fanno sorridere a quell’ora del mattino.
Lui viene dalle isole Samoa. Così mi ha detto, una mattina che era più in vena. Per un attimo, mentre vado verso il treno, mi chiedo cos’ha portato un italiano e un samoano ad incontrarsi ogni mattina, prima delle sette, in una stazione alla periferia di Sydney. E’ una coincidenza, una delle tante delle mie giornate.
Io credo molto nel caso. Ci credo tanto che il caso è il mio dio. Sono fatalista. La gente si affida a piani, progetti, studia tutto nei minimi dettagli, e poi sono le cose impreviste che rovinano la vita in un attimo, o magari portano la felicità che si era smesso di aspettare.
Il lavoro l’ho trovato per una fortunata coincidenza. Non ci stavo pensando affatto. E’ successo e basta. Ma anche la mia presenza qui a Sydney, Australia, a 15mila chilometri dal luogo nel quale sono nato e cresciuto, è una coincidenza che ha a che fare con una notte romana, qualche Rusty Nail e una passeggiata sul Lungotevere.
Come diceva John Lennon, la vita è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare qualcos’altro. Ecco quello che intendo.
Questo lavoro, capitato per caso, oggi mi porta a visitare un centro di accoglienza per vecchi emigrati italiani. E’ pura coincidenza il fatto che, nonostante il mio scarsissimo senso d’orientamento, riesca a trovare il posto senza perdermi tra le periferie australiane- così come è una coincidenza il mio bussare alla porta sbagliata e trovarmi in una riunione di alcolisti anonimi, con gli occhi di tutti addosso.
Nel centro di accoglienza –quello giusto- gli anziani cominciano ad arrivare. Sono persone arrivate qui dall’Italia negli anni 50’ e 60’, e qualcuno anche prima. Vengono qui una volta a settimana per ritrovarsi, giocare a tombola e farsi un autentico pasto italiano. Le loro famiglie o non ci sono più, o non possono prendersi cura di loro, o sono dall’altra parte del mondo.
Gina, la responsabile del centro, mi dice che oggi è il compleanno di Lino. Lino fa 89 anni, e assomiglia un po’ ad Andreotti. 89 anni, e di questi più di 60 passati in Australia. Eppure Lino, per quel poco che parla, lo fa in italiano, con uno stretto accento torinese. Tutti, qui, parlano italiano, anche se a volte ci mettono in mezzo delle frasi in inglese. Non ci fanno più caso. Quando dico loro che sono qui solo da due mesi, mi subissano di domande, e un po’ mi guardano come a dire, vedrai, vedrai cosa vuol dire far l’emigrante. Mi chiedono da dove vengo. Glielo dico, e loro subito a chiedermi di questo o quel negozio, che nella mia città magari ha chiuso da vent’anni ma loro non l’hanno mai saputo. E’ una coincidenza che ci siano stati, che l’abbiano vista, e che ora siamo qui a parlarne in un posto dove a ottobre si va verso l’estate.
Gioco a tombola con loro –e da queste parti la tombola è un affare serio, credetemi- e poi ci siediamo a mangiare. C’è pasta con le polpette, che tutti vedono come tipico pasto italiano ma io, in 32 anni, non ho mai trovato in Italia. Coincidenza culinarie.
Mi siedo al tavolo con tre simpatici vecchietti, un calabrese, un veneto e Lino. Il calabrese è quello più attivo, racconta, parla, non la smette più. Il veneto se ne sta più tranquillo. Noto che usa solo un braccio per fare tutto. E’ un musone e spesso manda affanculo le signore sedute al tavolo dietro perchè fanno troppo rumore, a suo dire, ma poi si lancia anche lui nei discorsi. Gli chiedo com’era qui, 50 anni fa. Com’era, quando siete arrivati?
Loro mi dicono che sì, c’era abbondanza di lavoro, la carne non mancava e il pesce nemmeno. Mangio la mia pasta mentre loro raccontano dei vitelli venduti agli angoli alla strada per soli due dollari, che ci mangiava una famiglia intera per una settimana, o di quando si andava a pescare e bastava gettare la lenza che subito qualcosa abboccava.
E gli australiani?
Beh, come dire, non erano felicissimi. Gli italiani erano spesso analfabeti e facevano mestieri che nessuno voleva fare, e così si spargeva la voce che “rubavano” il lavoro agli australiani. Nei pub, la sera, c’erano risse continue. Se un italiano ordinava da bere, arrivava l’australiano a prendergli il bicchiere, ed era meglio che l’italiano se ne stava zitto, sennò arrivava la settima cavalleria.
“Oh, ma mica era sempre così” dicono, e poi raccontano delle memorabili batoste che si erano beccati gli australiani, come quella volta che un gruppo di siciliani e calabresi aveva cacciato un gruppo di galletti australiani e gli aveva fatto fare a calci in culo tutta la Parramatta Road.
“E da allora, nessuno ci ha dato più fastidio” dice il veneto orgoglioso.
Mi guardo intorno e penso, che strano, che coincidenza, forse anche più grande di quella del samoano –perchè trovare la tua gente tra altra gente, in questo remoto angolo di mondo, ti fa pensare ad un intrico di destini legati come fili e sparpagliati dalla fortuna –o dalla sfortuna, a seconda dei casi.
Andando avanti nella conversazione, scopro che il veneto fa il compleanno il mio stesso giorno. Non mi era mai successo. Altra coincidenza. Ci stringiamo la mano, e lui mi dà la sinistra. Solo dopo, mentre stanno andando via, l’autista del pullman che li ha portati qua mi dice: “Ha avuto un ictus, anni fa, e da allora ha perso l’uso di metà corpo, compreso il braccio. Nonostante questo, vuole fare tutto da solo. Non vuole mai il mio aiuto” dice. Lui è inglese, ha vissuto in Danimarca, si è sposato con una polacca, e ora si trova qui a Oz. Coincidenze. “Se mai dovesse succedere a me, spero solo di morire. A mia moglie è successo, ed è stato meglio così”. Mi stringe la mano e va via.
Il fatto di essere vivi, di essere in salute, è tutta una coincidenza. Scaramanzie a parte, come si fa a capire quale logica c’è dietro uno che si becca il cancro, o un bambino che nasce senza gambe? Nasciamo per caso e moriamo per lo stesso motivo. Forse sarebbe meglio ricordarcelo, ogni tanto. Ci toglierebbe un po’ di arroganza, ci smonterebbe qualche scusa, e ci regalerebbe briciole di eternità.
Una vecchietta, uscendo, mi dice: “Sono 47 anni che sono andata via, e l’Italia mi manca come il primo giorno che sono partita”. Di questa gente, in Italia, non si sente parlare nemmeno per caso. Eppure sono tra i pochi, rimasti, che la amano davvero.
Forse perchè non sanno davvero com’è.
E l’amore, certo, anche quello è coincidenza. Usciamo una sera, troviamo qualcuno e ci sembra che sia QUELLA persona, senza renderci conto che l’amore stesso è un caso, che così come arriva può decidere invece di starsene a casa. Come possiamo affidare la nostra felicità a queste correnti capricciose?
Ma è esattamente quello che facciamo, e mentre torno in ufficio sento, da una pizzeria, il suono di una canzone, che è la canzone che avevamo io e la mia prima fidanzata, un secolo e mezzo fa. Quante possibilità c’erano che la sentissi proprio qui, a Sydney, a eoni di distanza da dove ci siamo dati il primo bacio?
Una su un miliardo. Ma è proprio questo il punto: tutto quello che siamo, si basa su questa statistica ridicola.
Ma in fondo è quello che siamo anche noi.
Così progettate, prevedete, studiatevi ogni mossa: la vita sarà quello che resterà fuori dai vostri calcoli.
Buone coincidenze.